Sono una donna orribile

A volte mi vergogno della donna che sono.
Ho un robot multifunzione che trita la carne, frulla, taglia le verdure a julienne al posto mio e affetta le patate così sottilmente che se lo vedesse Cannavacciuolo col piffero che preferirebbe usare i suoi coltelli e darci dentro come un samurai. Ho pure lui, il Bimby, un insostituibile maggiordomo che si paga in un triliardo di comode rate e che mi risotta i bucatini mentre io mi dedico alla mia routine di bellezza studiandomi pori e punti neri.
Ho una splendida lavatrice che interagisce con un’app – io non l’ho mai scaricata quest’app, però il solo pensiero di poterlo fare, qualora un giorno lo volessi, mi fa sentire incredibilmente al sicuro – e che grazie al cielo, al firmamento e pure al sottosopra tanto caro ai fan di Stranger Things strizza tutto come se non ci fosse un domani.
Poi ho una lavastoviglie che tiro a lucido manco fosse una Ferrari appena uscita dalla concessionaria. Ci metto dentro pure il deodorante al limone, così quando tiro fuori le stoviglie linde e pinte per un attimo mi sembra di essere in un campo sconfinato d’un angolo recondito della Sicilia e non nella mia cucina color ciliegio.
Poi ho loro, loro che insieme formano un team perfetto. Il trio delle meraviglie, il sogno che si fa realtà. Il robot aspirapolvere che se ne va in giro per la casa a ripulire il pavimento mentre io mi metto al pc a scrivere stronzate come quella che state leggendo, il Folletto ereditato da mammà e la scopa a vapore che, con i suoi 17 irrinunciabili accessori, i tre quarti dei quali non ci metterei la mano sul fuoco su dove possano effettivamente essere finiti, è un porto sicuro in cui rifugiarmi ogni volta che su quei gruppi di pulizia c’è qualcuno che mi ricorda che i batteri sono il male del mondo. Che se non li debelli non ci mettono niente a fare del tuo letto il loro ecosistema e a proliferare senza pietà mandandoti in quattro e quattr’otto lo sfratto esecutivo.
Insomma, sono una che le comodità non se le fa mancare. Però. C’è un però. Un però che fa di me una donna orribile. Una screanzata. Una donna che non merita di essere definita tale. Mi porto dentro da quasi due anni un segreto che ho rivelato solo a pochi intimi e che mi sarei trascinata nella tomba, se ad un certo punto non mi fosse venuto il ghiribizzo di aprire un blog per rendervi partecipi di quei fatti dei quali probabilmente – e come darvi torto? – non v’interessa una cippa.
Io sono una donna che non stira. Lo so, a questo punto avrete la pelle d’oca e sarete in procinto di chiudere questa pagina per cercare un po’ di conforto in un rassicurante video zen di Marie Kondo che vi faccia dimenticare l’orrore che ho appena ammesso. E non sapete la cosa più grave: che io ancora neanche ce l’ho, un ferro da stiro.
Se state pensando che meriti di fare la stessa fine di Giovanna d’Arco lasciate almeno che io provi a giustificarmi. Voglio dire, lo so che non ci sono attenuanti, ma ce l’avete una vaga idea di tutto quello che si può fare nell’arco di tempo che una donna dedica quotidianamente o settimanalmente alla stiratura dei panni suoi e dell’intera famiglia? Io per liberarmi la coscienza, quando so che c’è qualcosa che dovrei stirare ma né posso e né voglio, mi metto a fare tutt’altro. Svuoto la dispensa e rimetto tutto esattamente alla rinfusa com’era prima di tirare fuori barattoli, pacchi di pasta e conserve, giusto per passare un po’ il tempo. Almeno non si può dire che mi sia girata i pollici. Il mio dovere di massaia a quel punto l’ho fatto comunque.
Insomma, quello che vorrei dirvi è che ci sono forme di vita anche al di là della linea d’orizzonte che supponiamo sia in questo caso rappresentata dall’asse da stiro. C’è un mondo parallelo in cui la gente si corica felice e in brodo di giuggiole tra lenzuola stropicciate che sprigionano profumo di Lenor oro e fiori di vaniglia, sapientemente mascherate – ma solo quando il sole è alto nel cielo – sotto un meraviglioso e provvidenziale piumone che mette ogni cosa al riparo da occhi indiscreti. Esseri umani, non creature mitologiche tutte grinze e sgualciture badate bene, che escono di casa e se ne infischiano allegramente se quella giacca è un tantinello stropicciata, perché tanto una volta scesi dall’auto lo sarebbe ugualmente. Voglio dire, ci vuole qualche nanosecondo perché tre ore inutilmente trascorse reggendo in mano un ferro da stiro con caldaia vengano improvvisamente vanificate da una folata di vento non preventivata da Giuliacci, da uno stronzo che si siede per sbaglio sulla stola che avevi delicatamente riposto sulla seggiola accanto o da uno scatto d’ira che ti fa dimenticare che i vestiti vanno dolcemente accarezzati quando li pieghi, sempre come Marie Kondo docet.
Ad ogni modo, al termine di questa interessantissima dissertazione, io una proposta ce l’avrei. Un’idea paragonabile a quella avanzata, l’estate scorsa, da una graziosa e formosa signorina dall’aria molto intelligente che suggeriva di combattere il surriscaldamento del pianeta spalancando le finestre e avviando contemporaneamente, da Nord a Sud e da Est ad Ovest, da Levante a Ponente, da Erebor alle pendici di Monte Cocuzzo, tutti i condizionatori del mondo. La mia proposta è questa: boicottiamoli, ‘sti ferri da stiro. Non abbiate paura di rimanere senza un tubo da fare qualora la proposta di chiudere i centri commerciali alla domenica dovesse realmente andare in porto. Cercatevi una lavanderia di fiducia che faccia il 3×2 e allora, solo allora, vivrete liberi dal peccato. Tutti sgualciti e in disordine, forse, ma finalmente liberi. Liberi dall’obbligo di acquistare un ettolitro di acqua demineralizzata ogni volta che andate al supermercato. Liberi di preservare la messa in piega da quella minaccia che chiamiamo vapore. Liberi, finalmente, di oltrepassare quella coltre di omertà che ci ammanta e di urlare al mondo intero che sì, stirare fa schifo ed è pure inutile.

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